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Dalle Province alle città metropolitane. Storia di una rivoluzione a metà (almeno per ora).

Riporto, interamente, uno scritto di Tito Boeri da lavoce.info che ben coglie le novità (una su tutte, il numero delle cariche aumenta di 25.000 unità. Ma non dovevano abolire?) di una legge (non riforma, per quella serve mettere mano alla Costituzione) che miseramente “butterebbe la palla in tribuna” forse in attesa di tempi migliori.

l ddl approvato dal Senato non abolisce affatto le province. Si limita a svuotarle senza stabilire a chi andranno le loro funzioni, ripetendo gli errori del federalismo. Difficile superare i 150 milioni di risparmi. E le città metropolitane sono già quindici.

NON ABOLISCE LE PROVINCE

Contrariamente a quanto proclamato da molti titoli di giornali, giovedì non abbiamo affatto dato l’addio alle province. Il disegno di legge approvato col voto di fiducia al Senato (dovrà adesso tornare alla Camera) non abolisce le province. Non poteva essere altrimenti dato che per farlo era necessaria una riforma costituzionale. Vero che la proposta di riforma del Titolo V della Costituzione, presentata assieme alla legge ordinaria a settembre 2013, si è persa nei meandri della Camera e ora è stata assorbita nella nuova proposta di abolizione del Senato. Speriamo di sprovincializzarci prima della fine della legislatura. Nel frattempo il disegno di legge appena approvato si limita a svuotare le province, a renderle più leggere, togliendo loro cariche (e compensi) direttivi. Come sempre nelle riforme incompiute, ilrischio di rimanere a metà del guado, o meglio a mezz’aria, con province più leggere, acefale e svuotate di competenze, ma di fatto immortali, non va sottovalutato.

RISPARMI MODESTI

Per le ragioni di cui sopra, il testo approvato al Senato genera pochi risparmi. Né dipendenti né funzioni delle ex province scompaiono e, di conseguenza, non scompaiono neanche i costi relativi, la stragrande maggioranza delle spese di questo livello di governo. E siccome le province rimangono in vita, anche se la dirigenza politica è ora espressa in modo indiretto, non si riducono neanche le spese di rappresentanza degli altri enti territoriali e del governo presso le province. Quello che si risparmia con certezza è solo il finanziamento degli organi istituzionali (le indennità del presidente, assessori e consiglieri e i vari rimborsi connessi alle loro attività), che vengono aboliti, insieme alle spese delle relative consultazioni elettorali. Il finanziamento degli organi istituzionali è una partita di circa 110 milioni secondo gli ultimi dati disponibili. Non verrà azzerata dati i costi dei nuovi organi delle città metropolitane. Le consultazioni elettorali costano circa 320 milioni e si tengono ogni cinque anni, dunque il risparmio annuale è di circa 60 milioni, in totale i risparmi saranno attorno ai 150 milioni di euro. Meglio che nulla, ma certo non è una cifra particolarmente significativa su una spesa pubblica complessiva di circa 800 miliardi di euro. E non si tiene conto del fatto che la legge aumenta il numero di consiglieri comunali (vedi sotto): il Governo si è impegnato a rendere questa operazione a costo zero, ma è difficile aumentare le cariche senza aumentare le spese.

LE CITTÀ METROPOLITANE

Vengono istituite nove città metropolitane (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria) sulla base di criteri interamente politiciNessun riferimento alla struttura urbana, come dimostra il caso di Reggio Calabria. A queste si aggiungono Roma capitale e le cinque già istituite dalle Regioni a statuto autonomo (Palermo, Messina, Catania, Cagliari e Trieste). Il problema è che la legge, mentre non pone i paletti di criteri oggettivi sulla base dei quali fondare lo status di città metropolitane, apre la possibilità di istituire altre città metropolitane. Gioco facile, ad esempio, per Padova o Verona sostenere che se Venezia è citta metropolitana, loro hanno molte più ragioni per diventarlo. Il rischio è che molte province (non solo i capoluoghi di Regione!) cambino solo denominazione trasformandosi in città metropolitane. Del resto, il territorio e le risorse finanziarie delle nuove città metropolitane coincidono con quelli delle vecchie province. Al contempo, regna grande la confusione su quali saranno le competenze dei nuovi enti locali, dunque forte il rischio di creare nuove sovrapposizioni (o conflitti) di competenze, come quello di dare nuove funzioni senza risorse adeguate. In tutta la legge approvata al Senato non c’è alcun tentativo di definire le funzioni più appropriate da allocare ai vari livelli di governo, e le risorse di cui dotarli, esattamente lo stesso errore compiuto nel costruire il “federalismo” al contrario negli ultimi venti anni.
L’unica nota positiva è che ci sono state risparmiate le città metropolitane “ciambelle” delle versioni precedenti del disegno di legge; non è più possibile per gruppi di comuni, magari strategicamente piazzati nel mezzo dei nuovi territori, decidere di andarsene e tenersi le vecchie province.

LE UNIONI DI COMUNI

Il testo varato dal Senato, infine, istituzionalizza e definisce anche le unioni di comuni (e le convenzioni), con sindaci e consiglieri dei comuni sottostanti che diventano, in parte, presidenti e membri del comitato e del consiglio dell’unione. Una scelta che può essere condivisibile per i comuni di piccoli dimensioni (il 75 per cento degli oltre 8mila comuni italiani ha meno di 5mila abitanti), che non hanno la dimensione sufficiente per offrire in modo efficiente i servizi. Con la riforma, la dimensione minima delle unioni dovrebbe raggiungere i 10mila abitanti (3mila per le comunità montane). Bene, ma perché non si è avuto il coraggio di andare più a fondo? Visto che per i piccoli comuni la gestione di tutti i servizi fondamentali in forma associata diventa obbligatoria, non si capisce bene perché non prevederne direttamente la fusione. Oppure lasciare ai comuni sottostanti meramente una funzione di rappresentanza. Invece, la legge prevede un incremento (rispetto a quanto definito dal Governo Monti) degli assessori, fino a quattro per i comuni dai 1000 fino ai 10mila abitanti, sia pure “senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica”. Vedremo quanto sarà vero. Si tratta di circa 25mila cariche in più. Lavoreranno tutti gratis? O gli altri consiglieri si faranno un’autoriduzione dei loro compensi?

UNA LEGGE RINVIO

In sostanza, quella approvata al Senato è una legge rinvio. Rinvia l’abolizione delle province e rinvia il riordino di funzioni e risorse fra i livelli di governo che dovrebbe sostituire i precedenti. Mentre il rinvio sul primo aspetto era inevitabile, non lo è sul secondo. Perché, ad esempio, non si è previsto che, una volta abolite le province sul piano costituzionale, tutte lefunzioni e risorse passassero direttamente all’ente di governo di livello superiore, cioè leRegioni? Queste ultime, a loro volta, avrebbero potuto decidere come delegare funzioni e risorse: a proprie suddivisioni amministrative o alle nuove unioni di comuni previste dalla stessa legge. In attesa della riforma costituzionale, si poteva adottare qualche semplice criterio forfettario deciso dal Governo, basato sul costo storico delle funzioni rimaste alle province, per suddividere le risorse tra provincia e Regione, a cui potevano essere attribuite per default le funzioni non lasciate alle province. Ma il sospetto è che, anche in questo caso, sulla razionalità delle scelte abbia prevalso la fretta di poter esibire qualche trofeo e di giustificare agli occhi della Consulta il blocco delle elezioni dei consigli provinciali.

Le tre proposte di Riforma della legge elettorale

Se ne parla praticamente da sempre: alla tedesca, doppio turno alla francese… Le proposte sul tavolo in questa fase, che spereremmo fosse la definitiva, sono tre: il modello di elezione dei sindaci, il cosiddetto Mattarellum riveduto e corretto ed infine il sistema elettorale spagnolo.

"Il sindaco d’Italia". 

La proposta della prima ora di Renzi: il modello prevede un doppio turno di coalizione, con l’eventuale ballottaggio tra i due candidati migliori nel caso nessuno raggiunga la maggioranza assoluta dei consensi al primo turno. Chi vince, come avviene per i comuni di grandi dimensioni, prende il 60% dei seggi e i restanti voti sono divisi proporzionalmente tra i perdenti. Sia con liste corte bloccate, con preferenze, o con collegi, non comporterebbe solide difficoltà. Ma per accedere alla ripartizione dei voti viene prevista una soglia di sbarramento al 5%.

Il sistema spagnolo. 

Il sistema elettorale in vigore in Spagna è un proporzionale molto corretto, dagli effetti decisamente bipartitici.
E’ stato studiato per ottenere due effetti: un grado elevato di bipartitismo e una buona rappresentanza dei partiti regionali. Bipartitismo con federalismo, disincentivando invece la presenza di partiti minori nazionali. 
 Si ripresenta infatti la soglia di sbarramento al 5%(in Spagna prevedono il 3%) ma, in questo caso, l’elemento di rottura è geografico: il territorio italiano verrebbe infatti diviso in piccole circoscrizioni, prevedibilmente ricalcanti le province (invece dei maxi-collegi previsti dal Porcellum, coincidenti in pratica con il territorio delle singole regioni). In più ciascuna circoscrizione dovrà esprimere un minimo di quattro deputati (inseriti in liste, anche qui, ‘bloccate’) ma non potrà eleggerne più di cinque. Anche in questo caso, inoltre, verrebbe riconosciuto un premio di maggioranza del 15% alla lista o alla coalizione di liste che risulteranno vincenti.


Mattarellum ”corretto”. 

Si tratta della proposta più longeva, in quanto, come molti sostengono, in presenza di una legge elettorale illegittima (il Porcellum) la soluzione più logica sarebbe ritornare al sistema di voto precedentemente vigente. Fino al 2006 si votava con il cosiddetto Mattarellum (dal nome del suo promotore, Sergio Mattarella), in vigore dal 1994. Siamo di fronte ad un sistema ‘misto’ (per 3/4 maggioritario e per 1/4 proporzionale). L’intento era superare il proporzionale puro che suonava tanto “Prima Repubblica” e la  frammentarietà intrinseca dei partiti che ne derivava. Un intento, questo, che nei fatti non si è però mai realizzato. Perciò quello proposto è un Mattarellum ‘riveduto’: rimarrebbero i 475 collegi uninominali (equivalenti al 75% dei seggi totali) nei quali vince il candidato che ottiene la maggioranza relativa; cambia invece sull’assegnazione proporzionale del 25% dei collegi restanti attingendo dalle liste di partito. L’idea di Renzi, in questo caso, è di ripartire questi seggi tra un premio di maggioranza del 15% per il partito (o la coalizione di partiti) vincente e, qui la novità, un’ulteriore ripartizione pari al 10% del totale dei collegi che garantirebbe anche alle opposizioni di un certo peso numerico di avere una rappresentanza adeguata. Rimarrebbe, invece, la soglia di sbarramento del 4%.



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