Now Playing Tracks

War in Europe is not a hysterical idea.

Anne Applebaum writes a biweekly foreign affairs column for The Washington Post. She is also the Director of the Global Transitions Program at the Legatum Institute in London.

Over and over again — throughout the entirety of my adult life, or so it feels — I have been shown Polish photographs from the beautiful summer of 1939: The children playing in the sunshine, the fashionable women on Krakow streets. I have even seen a picture of a family wedding that took place in June 1939, in the garden of a Polish country house I now own. All of these pictures convey a sense of doom, for we know what happened next.September 1939 brought invasion from both east and west, occupation, chaos, destruction, genocide. Most of the people who attended that June wedding were soon dead or in exile. None of them ever returned to the house.

In retrospect, all of them now look naive. Instead of celebrating weddings, they should have dropped everything, mobilized, prepared for total war while it was still possible. And now I have to ask: Should Ukrainians, in the summer of 2014, do the same? Should central Europeans join them?

I realize that this question sounds hysterical, and foolishly apocalyptic, to U.S. or Western European readers. But hear me out, if only because this is a conversation many people in the eastern half of Europe are having right now. In the past few days, Russian troops bearing the flag of a previously unknown country, Novorossiya, have marched across the border of southeastern Ukraine. The Russian Academy of Sciences recently announced it will publish a history of Novorossiya this autumn, presumably tracing its origins back to Catherine the Great. Various maps of Novorossiya are said to be circulating in Moscow. Some include Kharkiv and Dnipropetrovsk, cities that are still hundreds of miles away from the fighting. Some place Novorossiya along the coast, so that it connects Russia to Crimea and eventually to Transnistria, the Russian-occupied province of Moldova. Even if it starts out as an unrecognized rump state — Abkhazia and South Ossetia, “states” that Russia carved out of Georgia, are the models here — Novorossiya can grow larger over time.

Russian soldiers will have to create this state — how many of them depends upon how hard Ukraine fights, and who helps them — but eventually Russia will need more than soldiers to hold this territory. Novorossiya will not be stable as long as it is inhabited by Ukrainians who want it to stay Ukrainian. There is a familiar solution to this, too. A few days ago,Alexander Dugin, an extreme nationalist whose views have helped shapethose of the Russian president, issued an extraordinary statement. “Ukraine must be cleansed of idiots,” he wrote — and then called for the “genocide” of the “race of bastards.”

A far more serious person, the dissident Russian analyst Andrei Piontkovsky, has recently published an article arguing, along lines that echo Zhirinovsky’s threats, that Putin really is weighing the possibility of limited nuclear strikes — perhaps against one of the Baltic capitals, perhaps a Polish city — to prove that NATO is a hollow, meaningless entity that won’t dare strike back for fear of a greater catastrophe. Indeed, in military exercises in 2009 and 2013, the Russian army openly “practiced” a nuclear attack on Warsaw.

Is all of this nothing more than the raving of lunatics? Maybe. And maybe Putin is too weak to do any of this, and maybe it’s just scare tactics, and maybe his oligarchs will stop him. But “Mein Kampf” also seemed hysterical to Western and German audiences in 1933. Stalin’s orders to “liquidate” whole classes and social groups within the Soviet Union would have seemed equally insane to us at the time, if we had been able to hear them.

But Stalin kept to his word and carried out the threats, not because he was crazy but because he followed his own logic to its ultimate conclusions with such intense dedication — and because nobody stopped him. Right now, nobody is able to stop Putin, either. So is it hysterical to prepare for total war? Or is it naive not to do so?

——————————————————-

Più e più volte, per tutta la mia vita adulta mi sono state mostrate delle fotografie scattate in Polonia nella meravigliosa estate del 1939: bimbi che giocano al sole, donne eleganti che passeggiano per Cracovia. Ho persino visto la foto di un matrimonio avvenuto nel giugno del 1939, nel giardino di una casetta di campagna di cui adesso sono proprietaria. Tutte queste foto sono avvolte da un certo alone tragico: sappiamo cos’è accaduto dopo. Il settembre del 1939 si portò dietro due invasioni, una da est e una da ovest, e occupazioni, caos, distruzione, genocidio. La maggior parte delle persone che partecipò a quel matrimonio morì di lì a breve oppure scappò in esilio. Nessuno di loro tornò mai più alle proprie case.

Col senno di poi, tutti loro ci sembrano ingenui. Al posto di celebrare matrimoni non potevano semplicemente mollare tutto e prepararsi per la guerra quando ancora era possibile farlo? E adesso, nell’estate del 2014, mi tocca chiedermi: non dovrebbero fare altrettanto gli ucraini? E le popolazioni dell’Europa centrale?

Mi rendo conto del fatto che per i lettori europei e americani questa domanda suoni un po’ paranoica e scioccamente apocalittica. Ma provate ad arrivare in fondo all’articolo: non fosse altro perché è la domanda che metà della gente che vive nell’Europa orientale si sta facendo in questo momento. Negli scorsi giorni, soldati russi con la bandiera di una nazione precedentemente sconosciuta, la Novorossiya (letteralmente “Nuova Russia”), hanno passato il confine nel sudest dell’Ucraina. L’Accademia delle Scienze della Russia ha annunciato che questo autunno pubblicherà una storia della Nuova Russia, presumibilmente individuandone l’origine con Caterina II. È stato riportato che a Mosca circolano diverse mappe della Nuova Russia. Alcune includono Charkiv e Dnipropetrovs’k, città a centinaia di chilometri dall’attuale fronte di combattimento. Oppure sulla costa, cosicché il nuovo stato unisca Russia, Crimea e Transnistria, il territorio della Moldavia proclamatosi indipendente. Anche se all’inizio si manifestasse come uno di quei piccoli stati non riconosciuti – come l’Abkhazia e l’Ossezia del Sud, territori che la Russia ha “ritagliato” dalla Georgia – la Novorossiya può espandersi nel tempo.

I soldati russi potranno anche istituire uno stato del genere – dipenderà da quanto duramente reagiranno gli ucraini e chi li sosterrà – ma a un certo punto la Russia avrà bisogno di qualcosa di più della forza militare per mantenere il controllo. La Nuova Russia non sarà un territorio pacificato finché sarà abitata da ucraini che vogliono restare ucraini. Esiste una nota soluzione a questo problema. Qualche giorno fa Alexander Dugin, un nazionalista radicale le cui opinioni hanno contribuito a formare quelle di Vladimir Putin, ha detto che «l’Ucraina dev’essere purificata dagli idioti», per poi invocare un «genocidio» della «razza bastarda» degli ucraini.

La Nuova Russia sarà anche difficile da sostenere nel caso si faccia dei nemici in Occidente. Possibili soluzioni a questo problema sono sul tavolo. Non molto tempo fa, Vladimir Zhirinovsky – un membro del Parlamento che recita la parte del buffone di corte (e cioè dice cose che altri più potenti di lui non possono dire) – ha sostenuto in televisione che la Russia dovrebbe bombardare con armi nucleari sia la Polonia sia i paesi baltici – “Stati nani”, li ha definiti – per far vedere chi comanda davvero in Europa: «l’America non ne sarebbe minacciata, è troppo lontana. Ma i paesi dell’Europa orientale rischiano di essere completamente distrutti. È colpa loro, perché non possiamo accettare che aerei e missili diretti verso la Russia partano dai loro territori». Vladimir Putin riguardo a questi commenti abbozza: le dichiarazioni di Zhirinovsky non sempre riflettono la posizione ufficiale del governo, dice il presidente russo, ma sono sempre «stimolanti».

Una persona più seria come il dissidente e analista russo Andrei Piontkovsky ha recentemente pubblicato un articolo nel quale sostiene che Putin sta davvero valutando la possibilità di un limitato attacco nucleare – forse contro una delle capitali baltiche, o contro una città polacca – per provare che la NATO è una entità vuota e senza senso che non oserebbe contrattaccare per timore di una catastrofe più grande. Durante le esercitazioni militari del 2009 e del 2013 l’esercito russo si è apertamente preparato per un attacco nucleare su Varsavia.

È possibile che queste siano tutte paranoie? Può darsi. E forse Putin è troppo debole per fare ciascuna di queste cose, e magari sta bluffando e gli oligarchi del suo paese lo fermeranno. Ma anche il “Mein Kampf” sembrò paranoico al pubblico tedesco e occidentale del 1933. Anche l’ordine di Stalin di «liquidare» tutte le classi e i gruppi sociali nell’Unione Sovietica ci sarebbe sembrato ugualmente folle al tempo, se solo avessimo potuto ascoltarlo.

Ma Stalin tenne fede alla sua parola e realizzò davvero quelle minacce: non perché fosse pazzo, ma perché seguì pedissequamente i suoi schemi mentali sino alla loro conclusione più logica – e anche perché non ci fu nessuno che lo fermò. Al momento, nessuno è ugualmente in grado di fermare Putin. È così paranoico, quindi, prepararsi ad una guerra devastante? O, viceversa, sarebbe da ingenui non farlo?

Uber (alles). Taxi in-app.

image

Ricordiamo i fatti: Uber, azienda multinazionale nata nel 2009 con sede a San Francisco, in cui anche Google partecipa, ha sviluppato una applicazione che permette di prenotare un’ auto a noleggio anche con scarso preavviso. La centrale operativa riceve la richiesta dal cliente, la diffonde agli autisti in circolazione e chi è in grado di soddisfarla lo segnala. Le auto sono tutte di ottima qualità e si paga direttamente con addebito sulla carta di credito che si registra sul sito. c’è da dire che il prezzo è in media superiore del 20% a quello dei taxi ma i consumatori sembrano non curarsene e aumentano costantemente. Il servizio, almeno per ora, è attivo in Italia solo a Roma e Milano. 

Ovviamente anche qui, dopo Parigi, i tassisti, soprattutto quelli milanesi, hanno reagito come è sacrosanto che reagiscano, infuriandosi. Accusano Uber di concorrenza sleale perché, secondo loro, la normativa imporrebbe alle compagnie di auto a noleggio di non occupare pubblici spazi -quindi impossibilità di sosta-, avere tariffe prefissate -invece grazie al Gps si ha istantaneamente il calcolo del prezzo del trasporto- e infine passare per l’autorimessa alla conclusione di ogni viaggio e attendere lì il cliente.

Matteo Renzi ha parlato positivamente di Uber nel corso di una trasmissione radiofonica, definendolo – a sorpresa – un “servizio straordinario” e dichiarando di volersi occupare della vicenda.

Qui le scelte diventano difficili ed infine drammatiche. Perché non si può ignorare il disagio dei conducenti di taxi che si sono comprati la licenza per 200.000 euro e oggi tra la crisi economica e le difficoltà evidenti vedono ridursi i loro guadagni ed il valore stesso della licenza che finora serviva loro come Tfr. D’altra parte non è ammissibile né arrestare il progresso tecnologico, né soffocare la concorrenza e l’efficienza soprattutto in un momento in cui il paese é attraversato da una profonda crisi economica.

Dalle Province alle città metropolitane. Storia di una rivoluzione a metà (almeno per ora).

Riporto, interamente, uno scritto di Tito Boeri da lavoce.info che ben coglie le novità (una su tutte, il numero delle cariche aumenta di 25.000 unità. Ma non dovevano abolire?) di una legge (non riforma, per quella serve mettere mano alla Costituzione) che miseramente “butterebbe la palla in tribuna” forse in attesa di tempi migliori.

l ddl approvato dal Senato non abolisce affatto le province. Si limita a svuotarle senza stabilire a chi andranno le loro funzioni, ripetendo gli errori del federalismo. Difficile superare i 150 milioni di risparmi. E le città metropolitane sono già quindici.

NON ABOLISCE LE PROVINCE

Contrariamente a quanto proclamato da molti titoli di giornali, giovedì non abbiamo affatto dato l’addio alle province. Il disegno di legge approvato col voto di fiducia al Senato (dovrà adesso tornare alla Camera) non abolisce le province. Non poteva essere altrimenti dato che per farlo era necessaria una riforma costituzionale. Vero che la proposta di riforma del Titolo V della Costituzione, presentata assieme alla legge ordinaria a settembre 2013, si è persa nei meandri della Camera e ora è stata assorbita nella nuova proposta di abolizione del Senato. Speriamo di sprovincializzarci prima della fine della legislatura. Nel frattempo il disegno di legge appena approvato si limita a svuotare le province, a renderle più leggere, togliendo loro cariche (e compensi) direttivi. Come sempre nelle riforme incompiute, ilrischio di rimanere a metà del guado, o meglio a mezz’aria, con province più leggere, acefale e svuotate di competenze, ma di fatto immortali, non va sottovalutato.

RISPARMI MODESTI

Per le ragioni di cui sopra, il testo approvato al Senato genera pochi risparmi. Né dipendenti né funzioni delle ex province scompaiono e, di conseguenza, non scompaiono neanche i costi relativi, la stragrande maggioranza delle spese di questo livello di governo. E siccome le province rimangono in vita, anche se la dirigenza politica è ora espressa in modo indiretto, non si riducono neanche le spese di rappresentanza degli altri enti territoriali e del governo presso le province. Quello che si risparmia con certezza è solo il finanziamento degli organi istituzionali (le indennità del presidente, assessori e consiglieri e i vari rimborsi connessi alle loro attività), che vengono aboliti, insieme alle spese delle relative consultazioni elettorali. Il finanziamento degli organi istituzionali è una partita di circa 110 milioni secondo gli ultimi dati disponibili. Non verrà azzerata dati i costi dei nuovi organi delle città metropolitane. Le consultazioni elettorali costano circa 320 milioni e si tengono ogni cinque anni, dunque il risparmio annuale è di circa 60 milioni, in totale i risparmi saranno attorno ai 150 milioni di euro. Meglio che nulla, ma certo non è una cifra particolarmente significativa su una spesa pubblica complessiva di circa 800 miliardi di euro. E non si tiene conto del fatto che la legge aumenta il numero di consiglieri comunali (vedi sotto): il Governo si è impegnato a rendere questa operazione a costo zero, ma è difficile aumentare le cariche senza aumentare le spese.

LE CITTÀ METROPOLITANE

Vengono istituite nove città metropolitane (Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria) sulla base di criteri interamente politiciNessun riferimento alla struttura urbana, come dimostra il caso di Reggio Calabria. A queste si aggiungono Roma capitale e le cinque già istituite dalle Regioni a statuto autonomo (Palermo, Messina, Catania, Cagliari e Trieste). Il problema è che la legge, mentre non pone i paletti di criteri oggettivi sulla base dei quali fondare lo status di città metropolitane, apre la possibilità di istituire altre città metropolitane. Gioco facile, ad esempio, per Padova o Verona sostenere che se Venezia è citta metropolitana, loro hanno molte più ragioni per diventarlo. Il rischio è che molte province (non solo i capoluoghi di Regione!) cambino solo denominazione trasformandosi in città metropolitane. Del resto, il territorio e le risorse finanziarie delle nuove città metropolitane coincidono con quelli delle vecchie province. Al contempo, regna grande la confusione su quali saranno le competenze dei nuovi enti locali, dunque forte il rischio di creare nuove sovrapposizioni (o conflitti) di competenze, come quello di dare nuove funzioni senza risorse adeguate. In tutta la legge approvata al Senato non c’è alcun tentativo di definire le funzioni più appropriate da allocare ai vari livelli di governo, e le risorse di cui dotarli, esattamente lo stesso errore compiuto nel costruire il “federalismo” al contrario negli ultimi venti anni.
L’unica nota positiva è che ci sono state risparmiate le città metropolitane “ciambelle” delle versioni precedenti del disegno di legge; non è più possibile per gruppi di comuni, magari strategicamente piazzati nel mezzo dei nuovi territori, decidere di andarsene e tenersi le vecchie province.

LE UNIONI DI COMUNI

Il testo varato dal Senato, infine, istituzionalizza e definisce anche le unioni di comuni (e le convenzioni), con sindaci e consiglieri dei comuni sottostanti che diventano, in parte, presidenti e membri del comitato e del consiglio dell’unione. Una scelta che può essere condivisibile per i comuni di piccoli dimensioni (il 75 per cento degli oltre 8mila comuni italiani ha meno di 5mila abitanti), che non hanno la dimensione sufficiente per offrire in modo efficiente i servizi. Con la riforma, la dimensione minima delle unioni dovrebbe raggiungere i 10mila abitanti (3mila per le comunità montane). Bene, ma perché non si è avuto il coraggio di andare più a fondo? Visto che per i piccoli comuni la gestione di tutti i servizi fondamentali in forma associata diventa obbligatoria, non si capisce bene perché non prevederne direttamente la fusione. Oppure lasciare ai comuni sottostanti meramente una funzione di rappresentanza. Invece, la legge prevede un incremento (rispetto a quanto definito dal Governo Monti) degli assessori, fino a quattro per i comuni dai 1000 fino ai 10mila abitanti, sia pure “senza oneri aggiuntivi per la finanza pubblica”. Vedremo quanto sarà vero. Si tratta di circa 25mila cariche in più. Lavoreranno tutti gratis? O gli altri consiglieri si faranno un’autoriduzione dei loro compensi?

UNA LEGGE RINVIO

In sostanza, quella approvata al Senato è una legge rinvio. Rinvia l’abolizione delle province e rinvia il riordino di funzioni e risorse fra i livelli di governo che dovrebbe sostituire i precedenti. Mentre il rinvio sul primo aspetto era inevitabile, non lo è sul secondo. Perché, ad esempio, non si è previsto che, una volta abolite le province sul piano costituzionale, tutte lefunzioni e risorse passassero direttamente all’ente di governo di livello superiore, cioè leRegioni? Queste ultime, a loro volta, avrebbero potuto decidere come delegare funzioni e risorse: a proprie suddivisioni amministrative o alle nuove unioni di comuni previste dalla stessa legge. In attesa della riforma costituzionale, si poteva adottare qualche semplice criterio forfettario deciso dal Governo, basato sul costo storico delle funzioni rimaste alle province, per suddividere le risorse tra provincia e Regione, a cui potevano essere attribuite per default le funzioni non lasciate alle province. Ma il sospetto è che, anche in questo caso, sulla razionalità delle scelte abbia prevalso la fretta di poter esibire qualche trofeo e di giustificare agli occhi della Consulta il blocco delle elezioni dei consigli provinciali.

We make Tumblr themes